lunedì 15 dicembre 2008

Il dibattito scuote l'America: i Pollock di Alex Matter sono autentici?

Ultimi mesi del 2002, Alex Matter, figlio di Mercedes e Herbert Matter, trova, fra gli scatoloni appartenuti alla madre, un grosso pacco su cui il padre ha scritto le seguenti annotazioni: “Pollock (1946–49) Tudor City (1940–1949) 32 Jackson experimental works (gift & purchase) Bad condition. 4 both sides. All drawing boards. Robi paints. MacDougal Alley, 1958.”

Così inizia la storia che oggi voglio raccontarvi.

Herber Matter, oltre ad essere stato un grande fotografo, era anche un carissimo amico di Jackson Pollock, uno dei maggiore esponenti della pittura contemporanea. Non è difficile trovare foto che li ritraggano insieme ed è oltresì noto che Pollock dipingesse nello studio newyorkese del fotografo. Il ritrovamento dei 32 quadri fra gli oggetti appartenuti alla famiglia Matter non destò, quindi, alcun clamore. La professoressa Ellen Landau è la prima a riconoscere come autentiche le 32 opere di Alex Matter; nel maggio del 2005 ci si affretta a preparare una pubblicazione ed una mostra che permetta a tutto il mondo di godere dei ritrovati capolavori dell'artista americano.

Giugno 2005, lo HUAM (Harvard University Art Museum) riceve alcuni campioni di tre quadri e comincia una campagna diagnostica volta all'identificazione dei materiali presenti sui frammenti disponibili.

Quasi contemporaneamente alcuni esperti della Pollock-Krasner Foundation mettono in dubbio l'autenticità dei 32 quadri; non sono gli unici a pensarla così, tanto che, nel giro di pochi mesi, altri esperti di Pollock rendono pubblici i loro dubbi. Da quel momento gli interventi della comunità scientifica e storica sulle opere appartenenti ad Alex Matter crescono esponenzialmente (articolo New York Times, articolo sul Guardian, articolo sul Boston.com, solo per citarne alcuni).

A seguito dell'acceso dibattito la pubblicazione del catalogo e la mostra vengono rinviate a data da destinarsi.

I risultati delle analisi effettuate presso lo HUAM vengono pubblicati in un report nel gennaio del 2007 e presentati nel corso di una conferenza al Metropolitan Museum of NYC il primo giugno 2008, in occasione del Word Science Festival, che si tiene ogni anno a fine primavera. Il simposio, presentato dal professor Narayan Khandekar, senior conservation scientist e senior lecturer dell'Università di Harvard, è stato ripreso e messo a disposizione della comunità da parte del museo in quell'enorme e preziosissimo serbatoio che è Youtube. E' qui che l'ho scovato ed è grazie a questa conferenza che mi sono interessata a questo caso quasi poliziesco, in cui la scienza, per l'ennesima volta, si è messa al servizio degli storici dell'arte, dimostrando una volta per tutte la sua utilità.

Il video è diviso in tre parti. Il professor Khandekar parla un inglese molto comprensibile e la presentazione risulta chiara e godibilissima!




Dopo una breve introduzione storica (che è simile a quella che vi ho riportato nella parte iniziale del post), il professore illustra le tecniche che sono state usate per l'identificazione dei materiali presenti nei tre dipinti da loro analizzati. Oltre ai classici SEM-EDS, FTIR e Raman, l'equipe scientifica di Harvard si è avvalsa della datazione al Carbonio 14, della GC-MS con pirolisi e di LDI-TOF-MS. Quest'ultima è forse la tecnica meno conosciuta fra le sei appena nominate. In parole povere si tratta di una spettrometria di massa portata a termine ionizzando il campione con un fascio laser diretto nel punto da analizzare; è una tecnica ancora poco impiegata su cui potete trovare informazioni più dettagliate nella letteratura scientifica.
Vi segnalo in particolare una interessante informazione presente in questa prima parte della conferenza: le indagini al carbonio 14 sono state portate a termine su un frammento del cartone di montaggio. La quantità di C14 è pressochè costante nei materiali che erano "vivi" (ovvero in grado di scambiare con l'atmosfera) prima degli esperimenti atomici degli anni '50; tutto ciò che è stato prodotto dopo questi esperimenti presenta una quantità di C14 estremamente elevata. Il dato riscontrato nel cartoncino di montaggio è in linea con quelli di materiali che risalgono a prima dell'avvento del nucleare. E' chiaro perchè i ricercatori di Harvard siano partiti da questa analisi: infatti, se avessero trovato che il materiale di base dell'opera era stato prodotto dopo la morte dell'artista (1956) non ci sarebbero stati dubbi sulla falsità delle opere sottoposte ad analisi.




Tutte e tre le opere sono state oggetto di un pesante restauro commissionato da Alex Matter a Franco Lisi poco dopo il ritrovamento. Tracce di questo intervento sono state trovate nel presente studio, ma non sono certo questi i dati più interessanti dei ricercatori di Harvard!




Le analisi effettuate hanno messo in evidenza la presenza, in tutti e tre i quadri, di sostanze la cui commercializzazione è avvenuta dopo il 1956, anno della morte di Jackson Pollock. In particolare, nell'opera indicata con la sigla MBJP29 il pigmento marrone diffusamente impiegato, è stato scoperto all'inizio degli anni '80 e commercializzato nel 1986; o ancora, il colore arancione presente nell'opera MBPJ14, di cui riportiamo la foto qui sotto, è stato prodotto a partire dagli anni '70.


Riporto di seguito una parte della conferenza del professore, per coloro che non abbiano avuto voglia o tempo di ascoltarla per intero.

Se eliminiamo dal quadro MBJP14 tutte le sostanze (coloranti e medium organici) prodotte dopo la morte di Pollock ciò che otteniamo è ben rappresentabile dalla seguente immagine:



La provocazione del professor Khandekar è ben riuscita ed esprime con molta chiarezza le conclusioni del lavoro diagnostico portato a termine ad Harvard: non è possibile dire che questi tre dipinti (3 su 32, quindi non un numero statisticamente significativo) siano stati realizzati da Jackson Pollock. Su di essi, infatti, sono presenti sostanze che l'artista americano non poteva avere a disposizione alla fine degli anni '40, quando si pensa che queste opere siano state realizzate. Non è possibile neanche dire chi abbia prodotto questi falsi, ma, per certo, ancora una volta, è stato dimostrato che l'occhio di un critico è sicuramente un ottimo strumento per attribuire un'opera, ma non è infallibile. L'infallibilità, il più delle volte, deriva dalla scienza.


Prima di chiudere questo lunghissimo post devo informarvi del fatto che la mostra dei 32 Pollock di Alex Matter si è tenuta tra il settembre e il dicembre del 2007, presso il Mc Mullen Museum del Boston College. Nel catalogo della mostra, curata da Matter e dalla professoressa Landau, Richard Newman, del Fine Arts Museum di Boston, divide 9 dei 32 quadri che ha potuto esaminare in tre classi: quelli che contengono esclusivamente sostanze disponibili per l'artista; quelli in cui sono presenti alcune sostanze databili dopo il 1956 solo sulla superficie (si potrebbe trattare di ritocchi successivi su opere originali); e quelli in cui coloranti e medium postumi alla morte dell'artista si trovano negli strati inferiori dei quadri (in questo casoè chiaro ce si ha a che fare con dei falsi).

Nel novembre del 2007, James Martin della Orion Analytical (una prestigiosa ditta di diagnostica statunitense) presenta i dati da lui ottenuti dopo l'analisi, commissionata da Alex Matter, effettuata su 23 dei 32 quadri di Pollock. Su 16 di queste opere egli trova significative tracce di materiali successivi alla morte dell'artista. Inoltre, sui supporti sono spesso presenti marchi di materiali prodotti solo dopo gli anni '70. Nonostante questi risultati, la mostra a Boston è stata un successo e dei 32 Jackson Pollock di Alex Matter continueremo a sentir parlare, nel bene o nel male.


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